Roccasecca, assassinati Coarelli e Paolozzi.

 

Nel secolo scorso si sono registrati dei fatti di cronaca nera che la memoria e la coscienza popolare, non hanno obbligato sia per la connotazione tragica che li caratterizza sia per lo scalpore che sollevarono all’epoca in cui occorsero. Le vicende che andremo a narrare sono state tratte dall’archivio di Stato di Caserta, consultando i polverosi ed ingialliti verbali contenuti nelle cartelle del fondo”Corte d’Assise di Cassino”, di recente riordinato. Tali notizie rivestono un inportanza fondamentale nella riscoperta della dimensione socio-culturale del tempo di cui sono figlie e, contestualmente, agevolano lo studio e la comprensione della stessa. A tal riguardo due fatti clamorosi , in stretta correlazione tra loro, accaddero negli anni 1882-1883 a Caprile”quartiere o villaggio” di Roccasecca, comune quest’ultimo, della provincia di Terra di Lavoro non che sede di Pretura Mandamentale. Il giorno 15 luglio 1882, in località campo del medico(toponimo tutt’ora esistente), tale Agesilao Coarelli, contadino, si rese responsabile di omicidio volontario, qualificato, “Assassinio per agguato”, ai danni dello zio Francesco Coarelli, possidente, entrambi dimoranti a Caprile. Francesco si era recato nel suo fondo per dividere il raccolto dei lupini con il proprio colono Benedetto D’orefice; sopraggiunse, nel frattempo, armato di fucile, il nipote Agesilao il quale, come riferiscono i Reali Carabinieri della stazione di Roccasecca, “a causa di antico rancore frà le due famiglie, incominciò a bisticciarsi con lo zio, pretendendo che questi gli concedesse in affitto quel fondo; alle ripetute negative lo zio aggiunse anche che la sua proprietà la voleva far lavorare a chi gli pareva e piaceva. A tale risposta l’Agesilao se ne partì borbottando con aria minacciosa”. Circa mezzora dopo, mentre Francesco Coarelli rincasava adagiato sul suo carro guidato dal D’orefice, “in vocabolo Puzzicone, gli furono esplosi contro, da un individuo che trovasi in agguato in terreno seminato a granone, due colpi di fucile i di cui proiettili lo investirono nella regione addominale, procurandogli varie ferite per le quali il mattino del 16 cessava di vivere”. All’autorità giudiziaria fu chiaro, dopo aver esperito tutte le indagini e gli accertamenti del caso, che Agesilao Coarelli era da ritenersi l’autore del delitto e, per tanto, il Pretore del Mandamento di Roccasecca, tale Messeri, spiccò un mandato di arresto giacchè il reo, nel frattempo, si era reso latitante. La qual cosa perdurò fino al 18 marzo del 1883, giorno della sua cattura. Dall’esame delle testimonianze rese in sede processuale e considerata “la voce pubblica levatasi dopo il commesso reato”, emerse che il dissidio traeva origine dallo sfruttamento dei terreni appartenenti a Francesco e dati in colonia a Benedetto D’Orefice. Agesilao ed il fratello Tommaso, che il giorno 15 avevano avuto un violento alterco con lo zio, pretendevano invece l’affidamento delle stesse terre per recarvi a pascolo il bestiame. Con sentenza del 29 maggio 1883, pronunciata dalla Corte D’assise di Cassino, Agesilao fu condannato a 20 anni di lavori forzati da espiarsi presso il carcere circondariale di Santa Maria Capua Vetere. Si potè giungere alla cattura del Coarelli in virtù della collaborazione di Giacinto Paolozzi, altro “possidente” di Caprile il quale, con notevole senso civico non disgiunto da un forte spirito di solidarietà verso gli esponenti del suo stesso ceto, fornì utili informazioni alle forze dell’ordine. Naturalmente, i Coarelli, parenti di Agesilao, giurarono vendetta al Paolozzi. Così la sera del 20 maggio del1883, mentre questi percorreva la “Pedemontana” che dalla frazione Castello conduce a Caprile, il tratto del viottolo denominato Melfi divenne teatro prima del ferimento con arma da fuoco e successivamente del dilaniamento del suo corpo per effetto di ben 76 coltellate. I colpi vennero inferti con una veemenza e con un’efferatezza tale che gli aggressori riportarono gravi ferite sulle braccia e sulle mani. A conferma della crudele e spietata condotta criminosa massa in atto dai fratelli Coarelli, vi sono le parole trascritte nel “Liber Mortuorum” della chiesa parrocchiale di Caprile, a firma dell’arciprete Giuseppe Di Rollo, il quale riferisce che: “il 20 maggio dell’anno del Signore 1883, Giacinto fu Gianbattista Paolozzi e vedovo di Luisa del fu Francesco Tanzilli, all’età di 57 anni, in questo giorno miserissimamente ucciso. Il suo corpo riposa nel cimitero”. Proprio nel cimitero di Roccasecca si eseguirono, al cospetto del Pretore, la ricognizione e la perizia del cadavere, ad opera di due “contadini inlletterati” e del personale sanitario specializzato. Furono subito accusati di omicidio volontario, qualificato “assassinio per premeditazione”, i fratelli Francesco , Tommaso ed Enrico Coarelli, mentre Pietro, loro padre, venne imputato di aver istigato i figli alla commissione del reato. La sentenza, emessa in data 2 luglio 1887, condanno Enrico ai lavori forzati a vita, Francesco a dieci anni di lavori forzati e Pietro a sei anni di reclusione. Tommaso invece si ammalò nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e li morì prima che si concludesse il processo.

Articolo di Massimiliano Paolozzi tratto da "La Cantina" de 1 Febbraio 1998

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